Il rapporto tra democrazia e satira, tra libertà di stampa e censura: sono i temi principali delle manifestazioni che si sono svolte sabato 9 aprile, prima all’Università della Calabria, poi al Museo del fumetto di Cosenza, alla presenza di Coco e Marika Bret, della redazione di Charlie Hebdo.

All’Università della Calabria, in particolare, si è tenuto un seminario caratterizzato dall’intervento di giornalisti, docenti, giovani ricercatori, dottorandi e studenti. Ne abbiamo parlato con una delle relatrici, la prof.ssa Antonella Salomoni, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università della Calabria e professore ordinario esterno a contratto presso l’Università di Bologna.

locandinaCharlieCi parli del seminario: com’è andata?

È stato molto interessante. Ci sono stati diversi interventi, molto vari tra di loro, e ciò ha consentito di sviluppare il discorso su più piani. La cosa più interessante che è emersa, a mio avviso, prendendo come spunto la presenza delle due giornaliste di Charlie Hebdo, è che l’attacco alla loro redazione non è qualcosa di isolato. Ci sono stati, infatti, altri attacchi terroristici che hanno preceduto e che hanno seguito quello a Charlie Hebdo. Ad esempio, ricordavo che circa un mese dopo, anche se non se n’è parlato tanto, ci sono stati gli attacchi in Danimarca, sempre rivolti contro vignettisti, così come in passato c’erano stati episodi di forte dissenso sulla libertà di satira, soprattutto nei confronti della religione islamica. Il dibattito sui limiti della libertà di espressione è stato, in una certa misura, rilanciato dall’evento Charlie Hebdo, ma è un dibattito che già esisteva in precedenza; basterebbe pensare alla polemica di anni fa su Salman Rushdie, tanto per fare un esempio. Nel seminario, poi, c’è stata grande convergenza sul fatto che episodi di questo genere non possono mettere in discussione la libertà di espressione, e che cedere su questo sarebbe gravissimo, ma che al tempo stesso occorre ripensare a cosa significa “porre dei limiti”. E questo è un problema all’ordine del giorno di chiunque si occupa di stampa.

Il tema principale del seminario è stato “Bavagli, mordacchie e censure. Quale libertà”. Qual è, a suo avviso, il grado di censura (più o meno celata) nella nostra democrazia?

Occorre riflettere su cosa significa “censura” oggi. Siamo abituati a pensare alla censura in modo forse troppo tradizionale, mentre oggi le forme di censura – e di autocensura – sono diverse. Proprio di recente ho letto un articolo su una rivista straniera in cui si parlava della necessità di ripensare al modo in cui si fa informazione oggi: per evitare di incorrere nella censura occorre grande responsabilità nell’uso del linguaggio. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore, e per questo al seminario sono intervenuta sull’hate speech, una questione su cui lavoro da un po’ di tempo, anche se da un punto di vista storico. Si parlava, nell’articolo, di “giornalismo lento”. Secondo me, oggi, tutti coloro che si occupano di comunicare messaggi – e questo può riguardare il giornalista, così come può riguardare uno storico che fa didattica – devono fare molta attenzione all’espressione, al linguaggio. Quindi, occorre pensare attentamente a ciò che scriviamo, a ciò che diciamo e anche alle immagini che mostriamo. bavaglioQuesto non significa che occorre censurare le immagini, però c’è una grande necessità di ripensare le nostre responsabilità nel momento in cui facciamo comunicazione nelle sue diverse forme. È fondamentale porre l’accento sul senso di responsabilità perché sono cambiate le modalità della comunicazione. Internet ci mette davanti a un mondo nuovo: da un lato si deve garantire la libertà di espressione, ma dall’altro si deve fare attenzione a bilanciare le parole e le immagini che usiamo.

Oltre a chi fa comunicazione in quanto giornalista o in quanto storico, anche il semplice cittadino può diventare “veicolo” dei discorsi dell’odio e, in generale, della cultura dell’odio, nella società contemporanea.

Oggi i social network sono in grado di divulgare un messaggio molto rapidamente, arrivando a tantissime persone. È cambiata la quantità delle persone che intervengono, ed è aumentata la facilità con cui diffondere il linguaggio d’odio. Quindi occorre trovare un nuovo equilibrio, attraverso nuove forme di regolamentazione. Di recente, la Presidente della Camera, Laura Boldrini, peraltro oggetto in passato di tanti attacchi misogini, ha promosso  la “Dichiarazione dei diritti in internet”, prima presa d’atto delle nuove necessità, che mette in discussione la distanza tradizionale tra pubblico e privato e rimarca la necessità di bilanciare il rapporto tra libertà di espressione e tutela della dignità della persona. Internet è diventato il luogo dell’offesa; inoltre i social network e le stesse “rubriche del lettore” dei vari siti, se non ben moderati, consentono l’espressione di odio e di intolleranza, per cui occorre diffondere una nuova cultura digitale. In Italia, a questo riguardo, è importante il ruolo svolto dall’Associazione Carta di Roma.

Cosa pensa della satira? Deve esserci un limite per chi la fa o si può arrivare a reclamare anche il “diritto alla blasfemia”?

La blasfemia, secondo il paese in cui ci si trova, è captata in modo molto diverso. Anche questo rientra nella libertà di pensiero: non tutti sono religiosi, ma al tempo stesso è necessario tutelare la persona che non vuole essere offesa sulle proprie credenze. In linea di principio, credo che il reato di blasfemia sia sbagliato laddove ancora esiste. C’è un diritto dell’autore, e quindi ci deve essere anche un diritto alla blasfemia. Però sempre all’interno di questo nuovo bilanciamento, di questa nuova responsabilità che deve essere attenta, perché attraverso la blasfemia si può essere anche violenti. È sempre una questione di cultura, di attenzione verso le libertà che abbiamo e verso i limiti che ci dobbiamo porre.

A suo parere, in Calabria si può liberamente esercitare la professione di giornalista o ci sono ingerenze da parte del potere?

Si può sicuramente esercitare la professione giornalistica liberamente; nel seminario all’Università della Calabria si è parlato anche di questo. Non essendo calabrese, non conosco bene tutti i fatti, se non attraverso la stampa, ma posso dire che ovviamente ci sono delle ingerenze, così come ci sono altrove. Il controllo della stampa arriva attraverso le proprietà, il mobbing, attraverso le epurazioni nelle testate. Non credo ci sia una specificità calabrese, anche se ci sono dei territori dove si possono sentire in modo più grave le pressioni e le ingerenze, anche violente. Laddove si bloccano delle rotative, evidentemente, la pressione avviene in maniera più violenta. Però oggi non è necessario possedere delle rotative per diffondere un’informazione. Internet è libero da questo punto di vista, ed è anche un grande luogo di liberazione.

Temi scottanti e di grande attualità, che sicuramente non possono esaurirsi in una discussione di poche ore, ma che fanno riflettere sulla necessità di stabilire nuovi equilibri e nuove regole, per tenere il passo con un mondo che cambia rapidamente.