Come si attribuisce ad un fatto la natura di notizia? Cioè, come fa un giornalista a decidere se quel fatto deve essere considerato una notizia e, quindi, merita di essere pubblicata o mandata in onda o scritta su un sito? In base alla tanto propugnata esperienza, quell’empirismo di cui, spesso, ci si riempie la bocca, e su cui sono d’accordo anch’io? Ma basta questo? Oppure il “fiuto” tanto decantato da alcuni giornalisti ancorati, forse anche per il fattore anagrafico, a vecchie dinamiche del giornalismo, mai accreditate da nessun dato razionale? No, direi proprio che per identificare un fatto come notizia esistono delle regole. E sono consapevole di non scoprire nulla di nuovo, atteso che esistono manuali di giornalismo che tali regole indicano. E, allora, mi domando e vi domando: quando un giornalista non pubblica un fatto che, però, oggettivamente manifesta le caratteristiche di un notizia, cioè risponde a quei “valori notizia” che i manuali di giornalismo insegnano, si può parlare di giornalismo che censura giornalisti? Quindi come si dovrebbero definire quei giornalisti che censurano altri giornalisti? E si può scendere in piazza contro i giornalisti che censurano altri giornalisti? Non vi ponete domande su cosa abbia scatenato questa mia riflessione. Ovviamente un motivo c’è, e chi dovrà intendere, intenderà. Nulla di nuovo, comunque, quindi non mi chiedete chiarimenti. Solo una riflessione in una sera di domenica su fatti di qualche tempo fa. Sarebbe uno spunto interessante da sviluppare al “Giubileo dei giornalisti”, che è in arrivo anche nella nostra regione. Non trovate?