Bulgakov lo aveva chiamato il raggio rosso della vita, altro non era che l’esempio di come la scienza, che perde di vista i suoi compiti e la sua limitatezza, gestita dall’ambizione e dall’incompetenza, possa esplodere letteralmente e portare devastazione. Sembrerà un po’ azzardato ma forse il giornalismo è da anni ormai sotto quel raggio.

Difficile oggi valutare la fonte energetica principale dalla quale il raggio è scaturito: internet col suo flusso emorragico di informazioni, un brulicare di professionismi o l’agitarsi di volenterosi e poco preparati narranti, ma il quadro che oggi si mostra non è rassicurante. E forse quando la distruzione è così profonda e dilagante non ci sono più innocenti, chiunque avrebbe potuto ingenerare anche la più piccola scintilla o favorire il famoso battito di ali che ha originato l’uragano.

Oggi l’informazione è virtuale, in più sensi, ma soprattutto perché generata in una dimensione nuova, in nuovi spazi comunicativi, come ad esempio, quella Rete con le sue, pare, infinite possibilità e forse però anche qualche trappola. Uno spazio dove hanno smesso di avere un senso i ruoli della comunicazione. A ben vedere è come osservare uno strano esperimento, nel quale l’osservatore iniziale ha ceduto il posto a chiunque, persino alle cavie.

Oggi l’informazione è di chiunque e, dunque, forse non appartiene a nessuno; voci si alterano e si sovrastano, ognuno ha delle cose da dire e le sue ragioni e i metodi per farlo. Ognuno può avere un’ipotesi risolutiva per questo caos, quasi mai facilmente praticabile, soprattutto per chi in concreto mai ha voglia di praticarla.

Ma, poi, quali sono queste possibili soluzioni? Strappare il camice dell’incauto sperimentatore iniziale, impossibile da individuare, che ha favorito il battito d’ali? Uccidere le cavie? Fermare per sempre l’esperimento o…

Leggere come andò a finire la storia del raggio rosso e ricordare che talvolta la fantasia semplicemente maschera e la realtà potrebbe finire col somigliargli.

 

«La folla imbestialita massacrò anche l’innocente Màr’ja Stepànovna, devastò il laboratorio e fece a pezzi l’apparecchio (il raggio si spense per sempre) e i terrari, bastonò a morte e calpestò le rane impazzite di paura, distrusse i tavoli di vetro e i riflettori. Un’ora dopo l’Istituto era in fiamme e tutt’intorno giacevano mucchi di cadaveri. Un reparto armato di rivoltelle elettriche controllava la situazione, mentre gli idranti dei pompieri lanciavano getti d’acqua attraverso le finestre da cui le fiamme divamparono a lungo e furiosamente».