Una questione di coerenza e di onestà intellettuale, tutto il resto è puro culto della personalità

E allora provo a dire la mia sul movimento. Faccio questo mestiere da quasi 30 anni, tanti quanti bastano per non farsi prendere troppo dall’entusiasmo. E tuttavia non posso far finta di nulla di fronte ad un progetto che fa proprie le questioni che ho sempre ritenuto cruciali per restituire dignità alla nostra categoria e soprattutto per ribadire con forza il concetto di autonomia e indipendenza del giornalista, che passa ovviamente dalla vicenda dei compensi e della tutela della professione dal fenomeno dilagante dell’abusivismo, in particolare in rete. Ho trovato un manipolo di folli e visionari colleghi che ci credono come me, a cominciare dal vulcanico Mario Tursi Prato (tanto di cappello per quanto sta facendo…) che è affetto dalla perniciosa e contagiosa virtù dell’ottimismo della volontà di gramsciana memoria a fronte del pessimismo della ragione, e non me la sento di lasciarli da soli; è una questione di coerenza e di onestà intellettuale. E allora io ci sono, per quello che conta, e so che non siamo pochi. Anzi. Aggiungo che questa non può essere una battaglia d’avamposto (in verità non deve essere una battaglia) ma una collegiale mozione su questioni palesi e oggettive che vanno emendate o messe al centro della discussione, senza esagerazioni ma con nuova determinazione. Se poi questo deve passare da una staffetta tra uomini e donne, pazienza, bisognerà farsene una ragione, con saggio aplomb inglese, se possibile, perché nessuno è depositario unico della verità rivelata e di teste pensanti come di teste di cappero ce ne sono da tutte le parti, senza distinzioni antropologiche di sorta. Qui è in discussione una delicatissima professione che è intrinsecamente legata all’esercizio della democrazia. Tutto il resto è puro culto della personalità.