“Le donne di cui si racconta la storia sono oltre cento. Ci sono le storie di mamme, italiane e straniere; giovani donne, adolescenti o poco più che bambine; lavoratrici, instancabili o in cerca di un impiego; mogli, arrendevoli o pronte a tutto; fidanzate, sottomesse o stufe di scenate di gelosie e soprusi, compagne imprigionate in relazioni sbagliate o decise a chiudere storie violente o borderline. Insieme a loro ci sono le vicende di chi, avanti negli anni, è stata uccisa per mano del compagno di una vita”. Mariapia Volpintesta è una giornalista calabrese, cosentina, che ha appena terminato di scrivere un saggio giornalistico, “Ti amo più della tua stessa vita”, in procinto di essere pubblicato, che indaga il fenomeno del femminicidio in terra di Calabria dagli anni ‘70 del Novecento fino al 2015, attraverso il racconto di oltre cento storie di donne che si intrecciano tragicamente con quelle dei bambini morti accanto a loro. Figli dimenticati la cui fine è cruenta come quella di chi li ha generati, se non di più. Non ci sono riguardi per questi bambini se non dopo averli privati della vita. La pietas intesa come “amore doveroso” lo si ritrova dopo il gesto efferato nelle modalità in cui il corpo del bambino viene fatto ritrovare: ben composto nel letto, con accanto i giocattoli e le matite colorate oppure abbracciato al peluche da cui non si separava mai. Un libro forte nei contenuti ma scritto con un linguaggio giornalistico asciutto da cronista di nera. “Ciascuna delle storie spezzate – dice l’autrice – è stata ricostruita, tra grandi difficoltà, attraverso la ricerca giornalistica con una capillare raccolta dati, ricavabile dai giornali locali, e per alcune di loro anche nazionali. Ricomporre nomi, date, età delle vittime, dei carnefici e cercare di seguire l’iter giudiziario per capire le pene inflitte e l’andamento della giustizia nei casi di femminicidio è stato difficile, e ancora di più. Non per tutte le storie raccontate si è riusciti ad avere le condanne definitive inflitte agli assassini”. Questo saggio è il primo nel suo genere perché prova a ricostruire il fenomeno del femminicidio in Calabria in modo capillare (provincia per provincia) e per un lasso di tempo lunghissimo (dal 1970 al 2015), con una seconda parte dedicata allo studio del fenomeno con riferimento alle tesi dei più importanti studiosi della violenza sulle donne. È anche il primo tentativo di ricostruire le storie dei minori uccisi con le loro mamme e di  dare visibilità agli orfani di femminicidio in Calabria (nessuno studio regionale è ancora disponibile per sapere dove e come vivono i figli delle vittime di violenza domestica). Un lavoro certosino condotto con la tecnica dell’inchiesta giornalistica per ben tre anni, e tenendo conto che non esiste una lista ufficiale che raccolga le donne vittime di femminicidio in Calabria, non c’è un database nazionale aggiornato che mappi questa carneficina. Per scelta dell’autrice ci sono anche alcuni casi irrisolti che chiedono giustizia e per i quali si aspetta di sapere la verità. “Un libro – conclude Mariapia Volpintesta –  per non dimenticare  nessuna di loro, nemmeno quel corpo rimasto, fino ad oggi, senza nome in una cella frigorifera di un anonimo obitorio calabrese”. Sotto l’egida di “Giornalisti d’Azione”, il saggio diventerà un progetto divulgativo nelle scuole curato dalla stessa autrice.